Il percorso che mi ha portato a conoscere questa persona ed i suoi traguardi è piuttosto contorto ma affascinante.
Tutto iniziò da un casco nuovo che volevo acquistare nell’ormai lontano 2007: trovai una occasione, una replica del casco di Marco Lucchinelli. Ammetto che all’epoca ero un “perfetto ignorante” delle due ruote ma la breve descrizione dell’uomo Lucchinelli ancor prima che del motociclista, con i suoi pregi e difetti, che fece il venditore mi affascinò a tal punto da farlo diventare il mio mito per eccellenza.
Un vero e proprio “cavallo pazzo”, irregolare ad ogni costo nella vita privata ma un talento naturale sulle due ruote. Proprio Roberto Gallina, come team manager, lo aiutò ad emergere facendolo diventare un professionista e, contemporaneamente, fu l’unico capace di gestire le sue “pazzie fallimentari” contribuendo a farlo diventare Campione del Mondo nel 1981 in sella alla Suzuki Rg 500. Anche Lucchinelli lo ammise: “Lavorare con Gallina era la mia forza”.
Dopo altre peripezie nel 1986 Lucky contribuì al rilancio della Ducati vincendo la “Battle of Twin” a Daytona International Speedway e, come team manager, vinse il titolo WorldSBK 1990, il primo della Ducati, con Raymond roche. Il periodo peggiore lo raggiunse nel 1991 quando venne arrestato per possesso di droga. Tutti questi “alti e bassi” lo rendono più umano, più vero. La dimostrazione che chiunque, pur con i suoi difetti, può realizzare i propri sogni.
Il percorso alla scoperta di Roberto Gallina riprese in maniera più approfondita nel 2016 quando, grazie ad un caro amico, scoprii ed acquistai una Ducati 750 Paso: moto alquanto particolare per essere di Borgo Panigale ma ricca di elementi innovativi. Iniziai a ricostruire la sua genesi scoprendo che fu la prima moto del binomio Castiglioni/Tamburini due personaggi fondamentali nella storia del design e del motorismo mondiale. Ma non ero convinto che solo loro avessero creato questa moto: carenatura integrale e soprattutto ruote da 16” erano dettagli che furono sperimentati dal Team Gallina! Già nel 1981, in collaborazione con Michelin, il team iniziò a sperimentare prima la ruota anteriore e successivamente quella posteriore da 16”. L’obiettivo era di avere una maggiore impronta a terra in frenata e in piega riducendo l’effetto giroscopico e rendendo la moto più maneggevole. In MotoGP usarono una configurazione simile fino al 2015.
Ma allora cosa univa le soluzioni sperimentate da Gallina e la Ducati? Nel 1985 Roberto Gallina perse l’appoggio ufficiale della Suzuki e, per mantenere in vita il team, cercò di ampliare il concetto di squadra corse arrivando a fondare la CCP: Centro Costruzione Prototipi. Parallelamente contattò e assunse Massimo Tamburini, il miglior progettista disponibile, che era in difficoltà con la Bimota. Il primo frutto della nuova collaborazione fu la TGA 1: moto da corsa integralmente carenata in kevlar e carbonio, radiatore di raffreddamento parabolico, telaio e forcellone in ergal, serbatoio sotto la sella per una migliore distribuzione dei pesi e ruote da 16”. Oggi la normalità, allora rivoluzionaria. Con questo “biglietto da visita” il sig. Gallina si presentò dai fratelli Castiglioni ricevendo due incarichi da cui nacquero la Cagiva 125 Aletta Oro e la Ducati Paso 750/906/907i.e.. Nel 1987 i Castiglioni rilevarono tutto, centro e progettista, fondando il leggendario CRC Centro Ricerche Cagiva, e creando le più belle moto di sempre.
Per la seconda volta il sig. Gallina entrava nella mia “sfera dei desideri”.
Il mio primo incontro invece fu del tutto fortuito. Dopo essere entrato in contatto virtualmente con Roberto Gallina tramite i social ed aver acquistato la prima edizione del suo libro, mentre visitavo l’edizione 2021 della mostra Auto e Moto d’Epoca di Padova, dove tra l’altro veniva presentato la seconda edizione del suo libro molto più dettagliato ed edito dall’ASI Automotoclub Storico Italiano, finalmente lo incontrai di persona, insieme a Virginio Ferrari. Stavano portando a casa la Hayashi-Gallina 750 e la Suzuki XR23 653 esposte in fiera. Rimasi colpito dalla genuinità di questi due colossi del motorismo mondiale: Gallina simpatico ed estroso, Ferrari molto più introverso, riservato e geloso della “sua” Suzuki. Il Gallo, soprannome di Gallina, mi spiegò che quella Hayashi era una delle ultime prodotte, forse l’ultima, facente parte del lotto di 4 esemplari acquistati da Iannucci ed è ad iniezione. Utilizza elettronica Marelli ma è tutta sviluppata dal su team. Ad un certo punto provò ad accendere il quadro elettrico e si accorse che la batteria era carica: la avviò subito, aspettò qualche secondo al minimo, diede due accelerate e la spense. Motore regolarissimo, prendeva giri con un sibilo. Davanti a tutti mi disse: “Mi raccomando, non dirlo a nessuno!” Poi iniziò a scherzare con le persone presenti dicendo di aver appena acquistato le due moto in fiera e chiedeva un parere sull’acquisto: quasi nessuno riconobbe questi due personaggi ma loro si divertivano un mondo!
Invece la seconda volta che lo incontrai fu cercata e fu all’inaugurazione del Museo Moto Laverda a Breganze. Roberto Gallina fu un pilota ufficiale Laverda e, insieme a Augusto Brettoni, Nico Cereghini e Edoardo Dossena, furono invitati all’evento. Fu qualcosa di unico, emozioni mai vissute prima: ci si sentiva completamente immersi nella storia e nella leggenda del marchio. In tutta questa euforia il sig. Gallina rimase però molto defilato, quasi nascosto, in compagnia della moglie Gabriella. Presi coraggio e mi avvicinai, questa volta con il desiderio di porgli domande e non restare in silenzio reverenziale. “Signor Gallina. Posso chiederle un autografo?” Mi guardò a bocca aperta, si rivitalizzò. “Hai comprato il mio libro?” “Certo signor Gallina, ho anche la prima edizione che ha stampato e ci siamo già incontrati a Padova, quando ha acceso la Hayashi-Gallina…” Diventò un fiume in piena! Mi descrisse di nuovo tutta la moto aggiungendo le emozioni provate quel giorno a Padova e quando la riportò in pista.
Ed infine la fatidica domanda: “Posso chiederle qualcosa sulla Ducati Paso?” Occhi lucidi ma con una piccola smorfia: ”L’ho fatta io! Quel motore era proprio brutto, non si poteva vedere con tutti quegli spigoli vivi. Dissi a Tamburini di vestirla, di creare una carena integrale che coprisse tutto. Tutte le altre case poi seguirono la mia idea. Ho riversato tutta l’esperienza del motomondiale ma non ha venduto come speravo…”
Lo ringraziai, feci per allontanarmi e sua moglie, accanto a lui, lo accarezzò teneramente sul viso: “Hai visto? Era qui per te!!! Le persone ancora si ricordano di te, di quello che hai fatto! Non ti hanno dimenticato”.
Infinito amore: un uomo straordinario con una donna incredibile che lo ha sempre accompagnato in ogni sua avventura.





